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20 metri di distanza tra un ciclista e l'altro

Abbiamo finalmente riconquistato la libertà di pedalare, ma non quella di uscire in gruppo con i nostri amici. “20 metri di distanza” è l’indicazione per l’attività ciclistica, che tradotto significa: “uscire da soli”.

Un recente studio effettuato presso l’Eindhoven University of Technology nei Paesi Bassi e il Departement of Civil Engineering dell’Università di Lovanio, in Belgio, ha analizzato l’aerodinamica della dispersione delle particelle emesse con la respirazione durante attività fisica simulando diverse velocità di progressione.

Posto che lo scopo dello studio non fosse quello di stimare il rischio di infezione da Covid-19 i dati emersi dovrebbero metterci comunque in guardia: la nube di goccioline emesse da chi cammina o corre (che respira molto più profondamente di chi non sta facendo alcuno sforzo fisico) forma una scia la cui area è tanto maggiore quanto maggiore è la velocità di progressione.

La distanza di sicurezza, che tra due soggetti fermi è di circa un metro e mezzo, aumenta a cinque metri se i due procedono, uno davanti all’altro, a 4 km/h e a dieci metri se procedono a quasi 15 km /h.

Non sono forniti dati relativi a velocità superiori, ma possiamo facilmente farcene un’idea.

Il discorso cambia se si procede affiancati, situazione che implica meno rischio (come può avvenire quando si corre) e che suggerisce di “allargare” con grande anticipo la traiettoria (nel rispetto e nella sicurezza delle regole della strada!) qualora dovessimo superare un altro ciclista.

Un distanziamento sociale lungo 20 metri

Il distanziamento sociale assume quindi grandezze diverse in base ai diversi contesti.

Nella frenesia della ripresa non ce ne siamo resi conto, ma tornando in sella sulle strade più battute, soprattutto durante il sabato e la domenica, abbiamo avuto modo di constatare che “venti metri di distanza” sono tutt’altro che scontati e che mai come ora tornano ad essere preziose le nostre “strade zitte”.

Il ciclismo viene interpretato talvolta come uno sport individuale; ma è anche e soprattutto condividere, partecipare, stare con gli altri.

Siamo stati dispersi nelle nostre case in questi mesi e ora, sulle strade, sembriamo attrarci l’un l’altro, come gocce di mercurio.

Quando incontriamo un amico siamo abituati, per cultura e carattere, a tendere la mano o a dare un bacio e allo stesso modo, quando siamo in sella, cerchiamo istintivamente il gruppo o il compagno; è nella nostra indole, incrociare un ciclista e …zac, mettersi a ruota! amico o sconosciuto che sia.

È uno degli aspetti più peculiari e piacevoli di questo sport. Uscire, agganciare qualcuno, condividere qualche chilometro, fare due parole e poi ciao senza complimenti, senza fronzoli, ognuno di nuovo per la sua strada.

A parità di condizioni (vento, attrito sull’asfalto ecc..) stare a ruota di un altro ciclista implica un risparmio di energie (la resistenza dell’aria è direttamente proporzionale al quadrato della velocità) del 18 % a venti all’ora, del 26 % a trenta all’ora e del 30% a quaranta all’ora!

Meglio ancora stare dietro ad un gruppetto; “risucchiati” a quaranta all’ora dietro ad un bel “trenino” riusciamo a risparmiare il 40% della fatica!

Questo significa poter pedalare con meno “fiatone”, con una frequenza cardiaca media più bassa e producendo meno acido lattico.

L’efficacia dell’effetto della scia dipende da molte variabili come la distanza della nostra ruota da quella di chi ci precede (meglio se inferiore a 50 cm) dalla quantità e dalla stazza dei ciclisti che abbiamo davanti, dalla direzione del vento ecc…

Se poi il vento è laterale ci mettiamo “a ventaglio” ma… questa è un’altra storia!

Mettersi a ruota, istinto ciclistico primordiale

Mettersi a ruota. E più forte di noi; è un richiamo, un istinto di sopravvivenza. Non è un vizio o un’abitudine.

A volte è una necessità. A volte è un piacere: mettersi lì, a riparo dal vento, nella pancia del gruppo come una rondine dentro il suo stormo che si muove ordinato, fluido.

A volte è una sofferenza: ce la metti tutta, le cosce in fiamme ma la ruota di chi ti precede si allontana, ahimè, fino a importi la resa. A volte è un egoismo: il “succhiaruote” impenitente è mal tollerato, o persino mal visto, dal gruppo che è poco incline a perdonare la mediocrità atletica.

Stare davanti al gruppo è fatica per il corpo, ma è linfa vitale per il nostro ego che si bea della propria posizione fino a quando qualcun altro ci passa davanti a darci una lezione di umiltà e a ricordarci che i giochi sono sempre aperti.

A volte siamo noi a scegliere di essere davanti a “tirare” un amico; si instaura allora un rapporto reciproco di conoscenza, fiducia e condivisione di un’intensità difficilmente replicabile; il livello della nostra sensibilità aumenta spontaneamente per poter stimolare, senza fiaccare, chi sta nella nostra ruota, per aiutarlo a dare il meglio di sé mostrandogli quale possa essere la sua bravura; la sua soddisfazione diventa allora anche la nostra indipendentemente dai risultati.

Stare a ruota affina i sensi; senza nemmeno doverci pensare sappiamo già con precisione da dove tira il vento, riconosciamo gli altri dalla postura, dilatiamo l’ampiezza della visione periferica e manteniamo altro il livello di concentrazione.

Stare nel gruppo impone conoscenza e fiducia nel gruppo stesso; ci insegna ad essere consapevoli di essere parte di un “branco” dalle mille sfaccettature da cui possiamo trarre vantaggio e a cui dobbiamo dare il nostro contributo.

Nel gruppo impariamo a rispettare regole non scritte.

Rispettiamo anche quelle scritte. Restiamo per un po’ fuori dal gruppo.

 

 

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