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remoto viaggio in bici

Perché il “mio remoto viaggio in bici?”. Ogni anno Oxford Languages elegge “la parola (inglese) dell’anno”.

Nel 2019 era “emergenza climatica”, nel 2018 “tossico”… ma in questo unprecedented year, il 2020, ha scelto una costellazione di parole, sintomatiche del cambiamento che il Covid-19 ha determinato nella lingua inglese. Cifra dello spirito dell’anno, in qualche maniera. Speriamo non di un’epoca.

Remote è una di queste parole. Il suo uso è cresciuto del 300%. Ma non è solo questo.

In inglese, prima del 2020, accompagnava con frequenza parole come villaggio, isola, controllo, luogo. Nel 2020 si accompagna a didattica, lavoro, risorse, istruzione, controllo. Tutto avviene “da remoto”.

Il cambiamento del punto di vista è radicale. Ora siamo noi i remoti, mentre stiamo in casa. Siamo remoti rispetto alla scuola, al lavoro, agli altri. Il distanziamento fisico ha ribaltato la prospettiva. E abbiamo preso a pedalare in casa, grazie a zwift e alle piattaforme e agli ambienti digitali che dialogano con i nostri rulli smart, espandendo i confini fisici e restituendoci in parte quelli sociali.

Quindi il remoto che prima era lontano da noi e in qualche modo irraggiungibile, è passato poi a definire noi stessi e le nostre attività svolte da casa. E quando poi siamo usciti di casa?

Io credo che concetto di remoto si sia espanso. E relativizzato.

Il mio remoto viaggio in bici, che continuo a sognare

Anche nel vocabolario turbolento pre-covid, remoto definiva una strada zitta, un villaggio, un paese, un bosco, un sentiero o l’esotica méta del nostro viaggiare in bicicletta.

Nessun luogo è lontano, recitava lo slogan di un noto produttore di scarpe di Asolo (è anche il titolo di un libro di Richard Bach ma questo lo scopro solo oggi!).

Forse la percezione è anche che nessun luogo è vicino, già che è cambiata l’idea di cosa sia lontano e vicino, remoto o ameno. E il mio viaggio in bicicletta di quest’anno, se ci penso, si è svolto così:

  1. L’inventario della città. Una mattina all’alba dei primi di maggio, poco dopo il lockdown, con due amiche abbiamo perlustrato in bici le vie della città, a verificare e annotare che ogni cosa fosse al suo posto. 25 chilometri tra Duomo e Castello, Statale e Cattolica, a zonzo tra quartieri e luoghi della milanesità.
  2. Le jet lag ride sulle strade zitte. A seguire, abbiamo percorso tutte le Strade Zitte dei dintorni di Milano, una per volta, un paio di volte alla settimana, per tutta l’estate, alle cinque del mattino prima di lavorare. Abbiamo visto il grano crescere, cambiare i colori e gli odori delle campagne, sentito il caldo arrivare, incrociato aironi, scoiattoli, leprotti e persino un camoscio a Morimondo! Nel silenzio mattutino della città che sonnecchia e delle prossimità che si svegliano. Senza andare lontano.
  3. Il Grand Tour di Lombardia. Con Turbolento ci siamo inventati il giro della Lombardia, a unire simbolicamente e fisicamente tutte le province, dalla bassa agli alti passi, per scoprire, se mai non lo avessimo saputo prima, che il remoto è prossimo e vicino. E che anche nel nostro vocabolario ha assunto nuovi significati. Ma forse noi che viaggiamo in bicicletta questo un po’ già lo sapevamo.
  4. Milano gravel 5.0. In ottobre, abbiamo condiviso i percorsi della gravel di Milano, trovando una formula che permettesse a tutti di pedalare distanziati ma sentendosi parte di un gioco comune fatto di condivisione di momenti ed emozioni sulle due ruote, tramite i social network.
  5. E ora, che i confini comunali sono le nostre colonne d’Ercole da non superare, AbbracciaMI, questa bella invenzione di Milano Bicycle Coalition che lega le periferie in un progetto di scoperta, sociale sportivo culturale, è diventata una piacevole abitudine. In un senso o nell’altro, a mostrare scorci diversi. Nella distanza, senza spingere troppo che non è il caso di farsi male, con rapidi incroci casuali di amici sul perimetro della città. Che poi a novembre, a forza di girarci attorno, ho fatto 600km, io, che di solito, quando remoto rimandava a altro, a novembre appendevo la bici al chiodo e ‘uscivo’ gli sci da fondo con remota destinazione.

Ecco, questo il mio remoto viaggio in bici. Anno 2020.

A proposito, non lo dico più, come facevo dopo la gravel di Milano di fine ottobre, “adesso basta bici”. Non lo dico più, prometto.

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