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La Pedalata Azzurra

Moser, Fondriest, Bugno, Gimondi

Il comune senso del pudore si vince quando si esce di casa – la propria casa – come dei ladri, di nascosto, cercando di non imbattersi nei vicini, cercando di non farsi riconoscere dal portinaio, cercando di sfuggire alla curiosità del “pulotto” privato già (o ancora) di ronda. Pudore non per via della bici: quella è l’unica compagna fedele della propria vita, e non basterà certo qualche
legittima foratura a rovinare il rapporto (sentimentale, non il 53×17). E neanche per via della giornata prefestiva o dell’orario prelavorativo. Ma pudore per via di una maglia così bella da pesare troppo. Azzurra. Con il marchio dei veri Atleti Azzurri.

Il comune senso del pudore si vince quando ti accorgi che gli unici vivi, in quel momento, a Milano, sono altri azzurri: chini sul manubrio, sempre per via di quella maglia così bella da pesare troppo. Sgambano, sgambettano, sgobbano, sgallettano, sganasciano, sganciano, di sghimbescio. Uno, due, dieci, venti. Sgranati, si ricongiungono nelle piazze, si compattano ai semafori, s’incolonnano verso la Fiera. Quel giorno di settembre FieraMilano si trasforma nella Mecca del pedale. Gli azzurri di Bergamo li riconosci dall’accento tedesco, gli azzurri ricchi li distingui dalla Colnago, gli azzurri d’Italia li individui perché sembrano Motta e Dancelli (sono Motta e Dancelli), gli azzurri che non si sono iscritti li giudichi dalla maglia che è bella, sì, ma ha già un anno di vita.

E’ a quel punto che, pronti via, tutti insieme, maglia azzurra, garretti al vento, il comune senso del pudore si materializza nel comune senso del sudore. Piano piano, perché non si può andare a più di trenta all’ora, in pianura. Il sudore: chilometri (da fare) per circonferenza (del girovita) diviso due. Un diviso due, su questa terra, ci sta sempre bene. Fateci caso: anche in bici.

Marco Pastonesi (per la PedalatAzzurra 2004)

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