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codice etico

Siate leali

art. 1

Ognuno conforma il proprio comportamento a principi di eguaglianza e solidarietà senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali;

art. 2

Non si ricorre in nessun caso a sostanze e pratiche mediche il cui impiego sia vietato. Fanno eccezione i casi di documentate esigenze terapeutiche;

art. 3

Il rigoroso rispetto dell’ambiente e un impiego della bicicletta, in armonia con la natura e i diritti di ogni essere vivente, sono principi fondanti della nostra società sportiva;

art. 4

La competizione e l’agonismo sono incentivati, ma devono essere esercitati con equilibrio. Il rispetto delle esigenze e dei diritti altrui impronta anche la pratica agonistica. Tutti devono adattare il proprio comportamento alla specifica occasione;

art. 5

Ci si comporta con educazione, altruismo e lealtà;

art. 6

La sicurezza è un valore condiviso anche a tutela della altrui incolumità;

art. 7

I giovani aiutano i vecchi. I vecchi incoraggiano i giovani.

Ermeneutica del ciclista (Turbo)etico

I giuristi poco illuminati amano molto le parole che, quando pronunciate, sembrano malattie. E’ per questo che un legislatore poco preparato scrive e parla in modo incomprensibile.

Il codice etico di una associazione sportiva dovrebbe limitarsi a due sole parole: ‘siate leali’. In esse riassunte tutte le specificazioni del caso, perché essere leali significa, di necessità, non prevaricare gli altri ed accettarli, quali essi siano, come compagni o avversari in un contesto di regole comportamentali condivise.

Non siamo riusciti a confinare la nostra capacità di sintesi in così poco spazio, tuttavia abbiamo scelto di limitare al massimo i precetti cui uniformare la nostra condotta. E di accompagnare quei precetti con queste piccole note interpretative; ermeneutiche, appunto.
Il codice etico dei ‘Turbolenti’ vuole replicare caratteristiche che dovrebbero ‘piacere’ a chi si sente di appartenere alla nostra filosofia: lo si è voluto, quindi, semplice, essenziale e, tuttavia, completo.

Un codice che ha nell’articolo 1 (che ripropone l’art. 3 della nostra Costituzione) il proprio architrave.
Il razzismo e la discriminazione sono i primi nemici dello sport dove, perchè possa vincere il migliore, tutti dovrebbero essere posti in condizione di partecipare in condizioni di parità. La chiave di lettura dell’art. 1 è Jesse Owens che pietrifica l’arrogante prosopopea del nazismo.
O, per stare al ciclismo, Gino Bartali che nascose nel tubo piantone documenti falsi per aiutare gli ebrei ad avere una nuova identità o Alfonsina Morini Strada che riuscì, con la bicicletta, ad aver ragione di un maschilismo ottuso ed impaurito.

Questo il pilastro etico da cui discende il resto: l’art. 2, innanzitutto. Perchè siamo ciclisti che ‘sputano l’anima’, ma senza barare. E che amano ciò che li circonda e lo rispettano: nessuno di noi getta per terra la confezione vuota del gel o la carta della barretta e non perché ci sia una norma a ricordarcelo.

L’art. 3 non è una regola da rispettare, l’art. 3 è un modo di intendere la vita che ci pone come osservatori entusiasti di ciò che attraversiamo. Ma, se necessario, sappiamo essere combattivi, perché ci piace anche (non ‘solo’) il ciclismo agonistico che seguiamo o pratichiamo con passione e senza  fanatismi: a noi non piacciono quelli che si sentono i ‘re della strada’ e sfiorano a 40 all’ora i bambini lungo le ciclabili, con l’aria ingrugnita di un cowboy di periferia.

Ed è l’art. 4 che incanala la nostra competitività: chi di noi ama gareggiare si butta nella mischia senza risparmiarsi, ma non lo fa nel giardinetto dietro casa.
E, soprattutto, ognuno di noi sa che la bicicletta è uno strumento eccezionale per esplorare lo spazio infinito della propria mente. E’ nella nostra mente, nel centro dei nostri sogni che possiamo essere tutti campioni.

I veri campioni, del resto, sono quelli che, anche nella vita oltre che nello sport, si ispirano all’art. 5: dove non si pensa ad una ‘educazione’ puramente formale (e, anzi, qualche moccolo ogni tanto è benvenuto), ma si chiede capacità di ascoltare e di osservare gli altri e, nei limiti del possibile, di comportarsi con qualche slancio nei loro confronti.
Il ciclista Turbo(etico) si ferma ad aiutare chi vede in difficoltà e non volta la testa dall’altra parte, e non si pretendono eroi: basta prestare una camera d’aria allo sconosciuto che ne è rimasto senza.

Un po’ di altruismo è alla base anche dell’art.6: la sicurezza è un obbiettivo che, prima che noi stessi, tutela chi ci è attorno. Solo gli imbecilli pensano che – alla peggio – si farebbero male loro soltanto.

Abbiamo dubitato dell’opportunità di formulare l’art. 7: vi preghiamo, quindi, di leggerlo scevro da ogni retorica. Noi detestiamo la retorica.
Ma ci piacciono i nostri giovani, vorremmo ce ne fossero molti di più, vorremmo essere capaci di incoraggiarli (non solo nel ciclismo, ma nella vita) perché siamo consapevoli che solo loro possono continuare a farci sognare. Ed è questo l’aiuto che a loro chiediamo.

Paolo Turbolento Della Sala

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